Il web nel deserto

Qualche anno fa, quando andavamo a proporre alle aziende prodotti web-based di taglio Business to Business (B2B) alcuni ci guardavano un po' straniti, quasi venissimo da un altro mondo. Come dire: ma perché ci parlate - in soldoni - di un clone del nostro sito di e-commerce, da far usare a commercianti e distributori che già sono nostri clienti e per giunta protetto da login e password? Si, in alcuni casi ci hanno fatto sentire inadeguati, lo ammetto. Pareva avessimo una mentalità molto ristretta e poco aggiornata rispetto a quelle meravigliose realtà di tuttologi che offrivano sito istituzionale + e commerce + aggiornamento social a prezzi non certo stracciati ma comunque interessanti.

In fondo, questi spalancavano le porte di un nuovo mercato, la nuova Mecca: l'online, cavolo. Quello che avrebbe salvato le aziende dalla crisi e dalle oscillazioni dello Spread, a patto che le aziende stesse non si chiedessero: ma dove vai se il prodotto non ce l'hai?

Passato lo sbigottimento iniziale, quelle aziende che avevano voglia di condividere informazioni ci mostravano quasi sempre alcuni punti in comune, indipendentemente che il prodotto fosse più o meno buono:
1) Le vendite sul sito di e-commerce erano scarse o quasi inesistenti, condotte senza alcuna politica di customer care alla base o la benché minima conoscenza delle best-practices su logistica e tutela del consumatore;
2) Per tirare fuori i dati sulle vendite serviva tempo, perché non esistevano strumenti di analisi dei dati adeguati o anche solo un cavolo di back-end fatto in casa con il numero degli ordini e il totale del venduto;
3) I social non avevano alla base un vero piano di comunicazione: ok, si pubblicavano più o meno regolarmente le novità, ma il pubblico a cui si rivolgevano era scarso numericamente o comunque poco partecipativo. Con una costante: Twitter usato come "bookmark" di Facebook. Il problema di andare a sforare i 140 caratteri proprio non esisteva: i cinguettii non erano altro che link a post già esistenti sul social più "facile" ed usato. 

Il risultato di tutto ciò si traduceva in siti carini (a patto di non guardarli su uno smartphone, mi raccomando) ed e-commerce cadaveri, o meglio zombie, come mirabilmente descritto da Gabriele Carboni in un post che dimostra la sua esperienza sul campo. Il web nel deserto, non potrei definirlo in altro modo. Tutti applicativi fatti sull base di strumenti potenti come Joomla o Wordpress, ma maneggiati senza cura, proposti al solo scopo di avere un costo basso da parte degli "sviluppatori" e un buon ricarico sull'azienda cliente. A patto che il cliente non chiedesse qualche personalizzazione: il "non si può fare" partiva come la risposta automatica della segreteria telefonica. 

In tali situazioni l'errore di valutazione da parte dei tuttologi, ancora prima che tecnico, è prima di tutto a livello sociale e culturale.

Che c'entra, mi direte. Considerate tuttavia che il sistema moda italiano non potrebbe essere uno dei settori "Made In Italy" per eccellenza se fosse composto solo da quei marchi che vediamo sulle passerelle della Milano Fashion Week o da quei grandi nomi della moda di consumo che associamo a negozi moderni e funzionali nei centri commerciali. Esistono anche tante aziende che hanno fatturati con linee di crescita interessanti, ancora sospese fra attività conto-terzi per sostenersi e la volontà di avere un proprio prodotto come risultato di anni di lavoro sul campo, ricerca e capacità di osservazione. Queste aziende sono le più, ve lo garantisco. Di queste realtà ne ho un bel po' nel portfolio clienti e sono quelle che danno maggiore soddisfazione, perché un po'ricordano la mia storia ed io e Ilaria abbiamo la senzazione di farle crescere con noi. Per questo vanno trattate un po' come se le loro aziende fossero la nostra. 

E allora mi chiedo e vi chiedo: come si fa a "buttare" online queste realtà senza seguirle adeguatamente e metterle in guardia da certi rischi? Come si fa a non mettersi a tavolino e spiegare che un e-commerce sul cliente finale oggi implica praticamente un modello di business parallelo all'azienda? Il rischio concreto è costruire una cattedrale web nel deserto, con tanti saluti ai buoni propositi sulla qualità di immagini e contenuti.

Ci penserò. Nel frattempo cito il bravo Giacomo Freddi, che in un suo post di tuttaltro argomento (ma non troppo) sul blog di Riccardo Scandellari, afferma: "internet non è una miniera d’oro da cui ricavare pepite con un colpo di piccone qua e là". Sottoscrivo: le mie considerazioni partiranno anche da qui.

MB


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