#IF2014: tre cose sulla mia azienda (e forse sulla tua)

Una volta tanto invece che verso nord in treno mi sono diretto a sud-est in macchina: l' Internet Festival di Pisa presentava un programma troppo ricco e gustoso per non farci un salto. Poi sono sincero: ormai mi piace ascoltare, girare e prendere il meglio e il peggio di questi eventi, perché avere nuovamente aree tematiche su web e moda come alla Festa della Rete di Rimini sarebbe stata troppa grazia, ma di certo da giornate così si possono ricevere informazioni, spunti e illuminazioni inaspettate.

Ad esempio, il tipo dell'edicola vicino alla Biblioteca SMS ha affermato che se rinasce va a fare il barbiere a Montecitorio ("te lo diho io, nini!") e mi ha esortato a fare lo stesso: ci penserò.

Fra le varie aree tematiche che ho seguito mi sono concentrato su "Take the Money", ovvero i panel su web e business. Alla fine non ho preso soldi, ma sono tornato a casa con un po' di idee sulla mia azienda, elaborate sulla via del ritorno più o meno fra i caselli di Capannori e Chiesina Uzzanese sulla A11. Idee che magari possono riguardare anche la tua realtà.

1) La mia azienda (e forse la tua) è liquida, dunque è socialista. Ma anche capitalista.
No, non significa che si scioglierà presto, nonostante la crisi, almeno spero. Significa che le organizzazioni liquide, magari con un nucleo di poche persone, tipo Mantica, riscrivono i rapporti titolare-dipendente-fornitore come si intendevano in modo tradizionale: esiste già in rete un "sito-manifesto" sull'argomento con tanto di marchio registrato (Liquido™). Ottimi relatori del panel "Un nuovo modo di fare impresa, un nuovo concetto di innovazione", rigorosamente in inglese, sono stati Stelio Verzera, Irina Kaminszka e Indy Johar.
Fra citazioni di McLuhan e grafici sul lean management, Verzera ha descritto il cambiamento del ruolo del leader non più come accentratore ma come coordinatore di forze interne ed esterne all'azienda. Decisionista certamente, ma con la visione chiara di quanto i suoi soci e collaboratori contribuiscono alla creazione di valore. Irina Kiminzka, brava blogger inglese del Financial Times, ha rilanciato e rafforzato questa idea descrivendo l'impatto delle nuove organizzazioni elastiche a livello sociale. Queste realtà sono concentrate sulla creazione di profitto (dunque capitaliste), ma sono basate su una nuova idea di cooperazione in cui ogni elemento è fondamentale per creare valore (addirittura socialista in questo senso): modelli opposti che si attraggono in una società che dovrebbe essere sempre più basata sulla meritocrazia.

Alla fine ho pensato a Mantica e a quanto i miei collaboratori siano importanti (come e quanto me e Ilaria) alla creazione di buoni prodotti e della reputazione aziendale: certo, per realtà come la mia (o la tua)  è indubbiamente più facile, più complesso immaginare questo cambiamento per aziende più grandi e gerarchiche. Ci è venuto in aiuto Indy Johar con l'ultimo intervento del panel. L'imprenditore indiano ha parlato di Hub Westminster come esempio di organizzazione liquida con know how centrale e produzione/distribuzione basata su piattaforme sparse per il mondo. Lui ha parlato di arredamento, io porto l'esempio del fast fashion con Imperial, che non ha pensato ad aumentare la rete di agenti ma ha preferito rafforzare la logistica aprendo piattaforme in diverse parti d'Europa, ovvero strutture commerciali radicate nel territorio riferite però in tutto e per tutto alla sede centrale di Bologna, Italia. Capite l'importanza di avere un web dove la supply chain e la filosofia B2B siano la base di tutto?

2) La mia azienda (e forse la tua) era una startup ed ha bisogno di un bravo commerciale
Ebbene si, anch'io sono stato uno startupper, anche se in un altro post ho detto che non lo sono mai stato. Non ho vissuto le difficoltà di reperimento di fondi e non ho incontrato un personaggio come Gianluca Dettori, che sembra catapultato in Italia per caso, vista la sua visione imprenditoriale decisa, visionaria, molto all'americana direi. Ho investito però su me stesso con i miei risparmi e ho incontrato imprenditori formati alla "vecchia scuola", ma con una visione moderna del lavoro e della creazione di prodotti sostenibili. E con la ferma convinzione che tutte le belle parole si riducono ad un groviglio senza senso se non si perde di vista l'obbiettivo finale: VENDERE.
All'inizio, non lo nego, pensavo anch'io che investire su una figura commerciale per una struttura come la mia sarebbe stato eccessivo e che magari l'avrebbe potuto fare uno fra me e Ilaria, visto che non ci manca parola e capacità di relazione. Perché non dividerci noi i soldi del suo stipendio, che "teniamo famiglia"? Invece credo sia stata la scelta migliore che potessimo fare: l'unico consiglio che mi sento volentieri di dare ai giovani maker o programmatori di app iniziare a gestire la propria organizzazione liquida. Nel panel su "Startup e Imprese", che ho seguito volentieri nonostante sia più lontano dalla mia quotidianità, mi ha fatto rabbrividire il fatto che solo una startup fra tutte quelle presenti in sala avesse investito su un commerciale. Fatelo, date retta a un bischero! Perché è bellissimo tutto l'entusiasmo che vedo, il fatto che non essendoci il lavoro molti se lo costruiscono, che si sta pian piano creando un'ecosistema anche se lontano dal modello di Londra e Berlino e che la cultura del fallimento deve essere la normalità (per me equivale allo storico concetto di rischio d'impresa, non vedo tutta questa novità), ma se non ci si confronta quasi subito con il mercato tutto diventa effimero e non si capisce se il cattivo risultato è dovuto alla difficoltà di piazzare il prodotto o se l'idea è stata sbagliata in partenza. In questo modo sarebbe anche più facile ripartire con un'altra idea senza fermarsi per giorni a fissare il muro, passando dall'entusiasmo alla disperazione.

3) La mia azienda (e forse la tua) se aspetta "loro" saluta tutti e se ne va.
Il panel con Lucia Annunziata, direttrice dell Huffington Post e volto noto della TV, e Antonello Giacomelli, sottosegretario per lo sviluppo economico del governo Renzi, è quello che mi ha fatto più incazzare. Ma non per i due interlocutori, sicuramente ben informati sull'economia digitale, ma per il fatto che alla fin fine il messaggio è sempre lo stesso: lobby di potere, politica e burocrazia impediscono tutti i migliori propositi, come sulla banda larga e su possibili incentivi per le imprese.
Il dato più incredibile, sottilenato proprio da Giacomelli in un'intervista a Il Sole 24 Ore,  è che su 25 regioni depresse in Europa relativamente all'uso di internet ben 9 sono italiane e - udite udite - non sono tutte regioni del Sud. Ci sono aree del nord come Piemonte, Liguria e Val d'Aosta spesso considerate traino del nostro pur modesto PIL. Questo dimostra - e qui difficile dar torto a Giacomelli - come molte realtà industriali consolidate non siate stato in grado di cogliere i cambiamenti dell'economia digitale. Ma dai, poca filosofia B2B in giro? Chi l'avrebbe mai detto? La colpa non è tutta delle imprese e delle loro scarse capacità di cogliere i cambiamenti: l'idea che se aspettiamo "loro" (cioè i politici) possiamo chiudere tutto è quella che mi frulla in testa mentre infilo le chiavi in macchina per tornare a Prato, ed è comune a me e all'edicolante che ironizzava sui costi della politica. Pensiero populista, certamente, ma è l'unico che mi viene in mente pensando ai gangli della burocrazia che stritolano ogni buon proposito. Dio sa quanto mi auguro di sbagliarmi. Mica per me, io ormai mi sento parte di una generazione sempre in crisi, ma per mia figlia e i suoi compagni di scuola e asilo che avrebbero il diritto di crescere in un paese che sbaglia, ma con normalità. Facile parlare di cultura del fallimento sempre a proposito degli altri.


MB

Ecco la Storify della giornata, fra torri pendenti, momenti da stadio (avrei visto volentieri il panel su Calcio e Business con Mister Allegri, troppa gente però) e un caldo bestiale, davvero, mai sentito un caldo così in Ottobre.




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