Cultura e manifattura: congresso AICA 2014

La formazione serve per ricevere e fare cultura: dopo gli ultimi eventi di carattere prettamente tecnico, il Congresso Annuale di AICA (Associazione italiana per l'informatica e il calcolo automatico) intitolato "Dai bit agli atomi" è stato interessante soprattutto per lo sguardo sul mondo imprenditoriale, industriale ed educativo che il programma offriva.

Posto che la snellezza mentale e la competenza informatica non sono direttamente proporzionali all'età, allo stesso modo siamo rimasti colpiti dal fatto di essere quasi i più giovani fra uditori e relatori nel palazzo milanese: ambiente molto diverso da quello che ci si può aspettare in un evento su internet, 3D e informatica in generale. Le stesse slide dei relatori, competenti ma quasi tutti troppo lunghi (per questo forse non siamo riusciti a restare fino alla fine) sembravano pagine di Word per quanto erano fitte di testo: difficile in questo modo riuscire a individuare le parti importanti durante gli interventi. Tuttavia spunti e commenti interessanti non sono mancati: ho riassunto tutto nella solita Storify con il live tweeting dell'evento. Questa volta interagire in rete è stato davvero semplice: una parte positiva e certamente non scontata è stata la WIFI di AICA, veloce in maniera quasi sorprendente.

1) Additive manifacturing e cultura del digitale nelle imprese
La maggior parte dei panel del mattino sono stati dedicati a manifattura digitale e 3D: i soliti dati difficili sull'andamento industriale italiano, la solita controtendenza su web e digitale, il tutto coordinato dal presidente di AICA Bruno Lamborghini e dal professor Stefano Micelli dell' Università Ca' Foscari.
I segmenti tecnologici del mercato italiano sono infatti gli unici in crescita, come già osserva FederConsumatori per questo Natale. Tuttavia l'introduzione di competenze digitali nelle aziende non si limita alle vendite online: ad esempio l'utilizzo di stampanti 3D in fase di progettazione ridurrebbe sensibilmente i costi legati alla produzione e garantirebbe maggiore velocità nel processo industriale.
L'assunzione di personale giovane nelle aziende potrebbe portare questo valore aggiunto, generando maggiore consapevolezza anche negli imprenditori: l'ignoranza (nel mero senso di non conoscenza) è un elemento importante di resistenza al digitale. Questo aspetto lo vivo ogni giorno sul campo: quando la struttura commerciale introduce i servizi di Mantica alle aziende, almeno 7 volte su 10 la risposta è "No, grazie. Il sito internet ce l'abbiamo già" e nei restanti casi almeno uno su tre ci domanda "Ok, quando posso mettere su un e-commerce per vendere online?" senza pensare al fatto che su internet magari non lo conosce nessuno. Queste situazioni spesso e volentieri non nascono però dalla mancanza di tempo e voglia di informarsi: ci sono imprenditori che vorrebbero investire in informatica, ma talvolta hanno paura di farlo perché sembra un salto nel buio.

2) Dissolvere il buio: il ruolo di scuola e università
Scuola e università possono aiutare a schiarire queste "tenebre": la relazione di George Kassabgi ha sottolineato come negli USA i progressi industriali avuti grazie all' additive manifacturing (semplificando, la stampa 3D) sono nati da uno stretto legame fra imprese e mondo universitario, che oggi produce in giro di affari di quasi 2 milioni di dollari.

Tutte le difficoltà di un rapporto fra aziende e mondo accademico sono state espresse anche nella relazione pomeridiana del professor Sergio Campo Dall'Orto del Politecnico di Milano, dove esiste un interessante esempio di incubatore di impresa. Questioni su proprietà intellettuale, brevetti e divulgazione dei risultati generano spesso difficoltà burocratiche e incomprensioni. L'impressione, come al solito in Italia, è che tutti siano consapevoli dei problemi e che le soluzioni siano anche relativamente semplici, ma che per gli interessi di pochi o per l'ottusità della burocrazia, sia impossibile metterle in atto. Il tutto fa ancora più rabbia se si pensa che nella mondo digitale di oggi ce ne sarebbe un po' per tutte le attitudini: programmatori, esperti di marketing e makers, ovvero tutti quelli che amano sporcarsi le mani nei fablab e nelle nuove officine digitali.

3) Formare la finanza: l'intervento di Riccardo Donadon
L'intervento di Riccardo Donadon, fondatore di H-Farm, è stato breve, coinciso ed interessante. Lo abbiamo seguito anche con una certa emozione: tutti gli imprenditori del web oggi vorrebbero imparare qualcosa da lui, che è riuscito davvero a creare un (eco)sistema vincente di piccole imprese innovative in Italia. Uso questa definizione perché è stato proprio Donadon a coniarla, stigmatizzando il termine startup, oggi forse un po' troppo naif e abusato al punto di sembrare una moda.

Non parlerò qui della sua presentazione di H-Farm, ma del fatto che anche lui si è soffermato sul fattore culturale, stavolta spostato sul lato finanziario: se l'investimento nel digitale spesso è un salto nel buio per i piccoli imprenditori non lo è meno per soggetti finanziari come banche e venture capital. Spesso manca anche qui la consapevolezza totale del rischio che si può incontrare finanziando piccole imprese innovative: considerato che il capitale nelle democrazie occidentali nolente o volente è il motore dell'economia è difficile che qualcosa si muova se manca la visione del quadro generale. In sostanza, la finanza è un altro soggetto che avrebbe bisogno di formazione sui modelli di business legati alle nuove tecnologie.

4) Additive manifacturing e moda: è possibile?
Molti dei panel della mattina e del pomeriggio si sono concentrati su esempi in cui l'additive manifaturing (in particolare con l'utilizzo delle stampanti 3D) sta portando a risultati interessanti all'estero e in taluni casi anche in Italia, dando contributi importanti in settori come costruzione di aerei, medicina e industria meccanica.
E l'argomento che mi sta più a cuore, cioè la moda? Queste tecnologie possono creare valore per le imprese del settore? Quali le prospettive per i prossimi anni?

Ovviamente non esiste una risposta definitiva, visto che tutto è in piena evoluzione. A mio avviso occorre distinguere fra ciò che può essere utile per i macchinari di produzione (robotica) o il prodotto in sé (prototipazione). Se a livello di miglioramento di macchinari l'additive manifacturing potrebbe fare molto, il problema riguarda la parte del prodotto: vedo più facilmente realizzabile una scarpa con una stampante 3D rispetto ad un abito, dove elementi come la vestibilità e lo stile sono di primaria importanza e difficili da riprodurre con questo tipo di tecniche. Diverso è il caso di realizzare avatar in 3D, ma lì usciamo dal manifacturing per tornare al puro computing, tenendo sempre a mente che nella moda il prodotto è sempre al centro di tutto.

Insomma, siamo in ritardo ma l'Italia prima o poi dovrà arrivare: ecco perché esistono prospettive interessanti oggi per le piccole imprese innovative e per tutte quelle che mettono il digitale a servizio e compimento del proprio prodotto. Il decremento della domanda interna e la sempre maggiore necessità di internazionalizzazione (altro termine stra-abusato nell'ultimo periodo) ha fatto emergere i limiti tecnologici delle PMI nel momento in cui hanno provato ad affacciarsi sui mercati esteri. L'utilizzo di modelli di business web-based e una nuova prospettiva industriale makers-based dovrebbero arrivare a colmare questo gap.  Avanti ragazzi, stiamo sempre sul pezzo: c'è un mondo là fuori da conquistare.

MB

PS: la Storify della giornata.



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