I dati e le mani sapienti del fashion italiano

La passione e il mercato. L'ideale e il prodotto. La morbidezza dei tessuti e l'austerità dei numeri. La lungimiranza della visione imprenditoriale e le risposte della business intelligence. Lavorare con le aziende moda significa avere prima di tutto vivere con persone appassionate del proprio lavoro, che ogni giorno raccontano con i loro gesti un'industria basata sull'equilibrio fra poesia e mercato, fra tempo e denaro, perché metterci troppo nel confezionare un capo significa perdere tempo, ma non impiegare il giusto tempo e realizzarlo senz'anima significa perdere denaro e - ancor di più - credibilità.

Se siete convinti che la cultura non dà da mangiare, vecchio leitmotiv usato dai genitori apprensivi per dissuadere i figli dagli studi classici, vi inviterei a passare un giorno con me in qualche azienda di fast fashion.
Alcune di esse sono bellissime già nella struttura: l'architettura sempre open space favorisce il confronto, lo scontro, l'analisi, come in grandi laboratori. Sono fatte per accogliere i clienti. Non vi parlo delle marche che sfilano a Milano o Parigi, ma di quelle eccellenze del Made in Italy dove bisogna avere la capacità di concentrarsi fra le urla dei magazzinieri, lo stridere dei carrelli e il cliente che vuole "sempre più roba" per il proprio negozio.

Proprio in queste realtà la ricerca e lo sviluppo sono più importanti di quanto si pensa e creano una particolare formazione culturale nelle persone che ci lavorano. La cultura forse di chi è consapevole di vivere una vita da mediano, sospeso fra la creazione di tendenza e la riproducibilità tecnica, che poi è anch'essa cultura che diventa mercato. C'è il moodboard dello stilista attaccato al muro, con modelli disegnati, ritagli, appunti e pezzi di tessuto: sembrano quasi i lavoretti che fa mia figlia di 4 anni. Si, c'è qualcosa di infantile in tutto questo: che cosa c'è di più puro della mente libera di creare, senza vincolo alcuno, per associazioni e frammenti di ricordi? Questi slanci sono mediati dal mercato, dalle tendenze, dalla capacità di realizzare qualcosa di vendibile, come in qualsiasi altra azienda che faccia anche programmato. Poi ti basta parlare cinque minuti con uno stilista e capisci che non c'è nulla di casuale e che è un percorso mentale quasi naturale, talmente semplice per il creativo da farti pensare che forse potevi farlo anche tu.

La scelta dei tessuti, la necessità di confezionare un prodotto comunque di buona qualità, perché oggi il fast fashion non è più bancarella di mercato ma l'espressione della classe media, un prodotto figo insomma, neanche troppo a buon mercato. E poi le sarte e i modellisti, con i loro prototipi, tagliati con macchine di precisione e ma guidati da mani sapienti, quasi di altri tempi. Di nuovo la necessità di ragionare sui volumi, di anticipare le tendenze, di sbagliare il meno possibile: il prototipo creato dall'unione di tutte queste maestranze si potrebbe mai sostituire con un modello 3D perfettamente riprodotto in digitale? Quelle mani potrebbero essere sostituite in toto da un software?
Anche qui torna caro il concetto di multicanalità, che non è lo stesso che si applica alle vendite ma che si sposa bene con l'elasticità delle aziende moderne: ecco magicamente di nuovo insieme il prototipo tradizionale e il 3D, la tradizione sartoriale e l'esigenza di riempire i negozi, la poesia e il mercato.

E noi informatici, vi chiederete, che cosa c'entriamo noi con tutto questo? Che ci facciamo noi in queste aziende con il nostro dress code fatto di magliette monocolore, jeans e scarpe da tennis?

Prima di tutto se anche noi non fossimo stimolati a passare nottate insonni di fronte al brivido di un nuovo software o di un problema da risolvere - quindi non amassimo davvero il nostro lavoro - non avremmo manco il diritto di entrare in aziende così. Gli imprenditori della moda in apparenza sono i più folli, lunatici e difficili da controllare: se però leggono nei tuoi occhi la loro stessa passione sono capaci di darti grande fiducia.

Perchè è solo applicando ai sistemi informativi la cura maniacale di un sarto che facciamo in modo che tutto funzioni: il sito B2B per rifornire i clienti, i collegamenti col gestionale, la logistica dell'e-commerce B2C, le statistiche della Business Intelligence. In una parola, facciamo in modo che possano lavorare. E a volte resteresti in piedi a guardarli, per un tempo dilatato, pensando che se staccassi la corrente dal server il lavoro di tutto questo Made in Italy si bloccherebbe di colpo. In un qualche modo ti senti responsabile di loro e te ne prendi cura.

L'importanza dell'informatica per le aziende era palese anche prima dell'esplosione di internet, direte voi. E' vero: ma la cosa meravigliosa è che oggi questo mondo si può raccontare quotidianamente attraverso il web. Come sto facendo io qui e tante aziende di fashion sui loro blog e profili social.

Ma adesso non perdiamo tempo, mi direbbe qualche imprenditore e responsabile di produzione che conosco: grazie per le parole che hai scritto Biancalani, ma ora vai a lavorare davvero.

MB

PS: per chi ha Sky e vuole respirare questa atmosfera - al netto di urla e stridere di carrelli - è imperdibile la serie "Le Italie della Moda - Menti e Mani eccellenti", in onda su a più riprese su SkyArte HD (canale 120). Per chi non ha Sky, nella sezione Video del sito SkyArteHD si possono trovare estratti molto significativi.

<<
>>
>>
<<

Nessun commento:

Posta un commento

buzzoole code