Mi chiamo Marco e sono un pendolare

Mi chiamo Marco e sono un pendolare.
Potrebbe iniziare così, tipo alcolisti anonimi, un post sulla mia storia con Trenitalia. Più o meno faccio il pendolare da vent'anni, nella tratta che va da Vaiano (ridente paese sull'Appennino Tosco Emiliano, lato tosco) a Bologna, città nella quale ho studiato e in cui ho costruito il mio percorso professionale. Ogni mattina parto con mia moglie, dipendente dell'Università di Bologna, ogni sera torno da solo, perché all'Unibo chiudono prima e io da piccolo imprenditore devo dare l'idea di lavorare di più.

Questo non sarà un post di invettiva contro la società che controlla in maniera pessima il trasporto su rotaia (non me ne frega un emerito tubo se la gestione è di competenza delle regioni, delle province, dei comuni, di chi cavolo vi pare: è uno schifo pagato con i nostri soldi): ho scritto molto al riguardo nel corso degli anni e su questo potrebbero farsi due risate Zuckerberg e Brin&Page, se capissero la lingua di Dante. Su Facebook/WhatsApp mi sono sfogato tanto con mia moglie e su Gmail con l' amico di penna Germano, che con passione gestisce e perora la causa di noi poveri sfigati della linea dell'Appennino BO-PO. Parafrasando Nicolas Cage in Con Air, il mio linguaggio in questi frangenti non è mai stato quello del "tea party di un circolo letterario", ve lo assicuro.

Stasera l'ennesima sorpresa, o semi-consuetudine dovrei dire: il regionale 11633 fermo in attesa di che un treno merci in imbarazzo sbloccasse la linea. 40 minuti di ritardo: sono arrivato a casa con il pacchetto di fazzoletti finito, mia figlia con un occhio chiuso e l'inno della Champions già suonato. Evviva.

Qualche anno fa, quando il sangue della gioventù scorreva nelle mie vene e gli impeti la facevano da padrone, avrei iniziato a confezionare battute al vetriolo a controllori e macchinisti, come se fosse colpa loro, poveretti. Ora da buon padre di famiglia mi limito ad imprecare borbottando, come si dice a Vaiano. Parlo fra me, mi sfrego le mani, guardo il cellulare o apro il tablet.

Già, non era preventivato: eppure in quei 40 minuti ho lavorato. Ho iniziato a pensare a questo post e al fatto che se avessi avuto voglia di  scriverlo prima di sera avrei potuto passarlo anche a Germano come documento per le sue battaglie. Avevo linea (si, cavolo, ce l'avevo!) e ho rimesso a posto un paio di cose grafiche su un sito, attività che mi ero ripromesso di fare il giorno dopo. Ho dato un occhio ai profili Facebook dei miei clienti nella moda più importanti, preoccupandomi che fossero evidenziate le notizie passate dai vari uffici stampa nelle rassegne, allegati in cui sono in copia ma che guardo veramente di rado.

Tutto questo mentre intorno a me c'era chi proponeva di rinculare con la nostra motrice il treno merci in avaria (degna conclusione del giorno del gelato della Madia), chi telefonava a casa incazzato nero e chi borbottava. Io invece ho semplicemente continuato a lavorare, come inizio a farlo ogni mattina (tranne il lunedì, ora non esageriamo) appena il treno lascia la stazione di Vaiano: la pianifica della giornata avviene più o meno a cavallo della Grande Galleria dell'Appennino. Non mi vergogno a dirlo: sono certo che se il treno si fosse bloccato in un punto non coperto da 3G mi sarei spazientito ancora di più e non avrei pensato a scrivere questo post.
Quello che voglio dire è che sacrifico due ore di tempo ogni giorni nei viaggi, tempo che dovrebbe essere denaro per uno come me che ha un'attività propria e ancora di più tempo tolto alla famiglia. Non so neanche quanti anni di mia figlia io e mia moglie ci perderemo così.

Oggi internet dà un ulteriore grande possibilità a quelli come me: investire questo tempo speso in viaggi.  E quando dico quelli come me non intendo i piccoli imprenditori del web, intendo tutti, da chi ha un lavoro un banca a chi deve organizzare la sua squadra di imbianchini o padroncini, ai tanti studenti che frequentano l'Università. Basta un device che la giornata può iniziare prima dell'accensione del PC in ufficio o continuare in modo inaspettato: magari, come ho fatto io, ci si può dedicare a quelle cose che quando sei in azienda ti sembrano tempo tolto al fatturato ma che invece sono di grande valore: social, articoli, benchmark, approfondimenti. Il sale del web e non solo. Se mi consentite, una bella fortuna rispetto a chi impreca imbottigliato in autostrada o stritolato nel traffico fra Prato e Firenze.

Hai capito, cara Trenitalia, come ti ho fregato? Rubi il mio tempo libero, mi fai incazzare perché rendi problematiche situazioni semplici, ma non ce la farai mai a limitarmi nella mia attività. Se poi un domani la banda larga sarà davvero un bene primario, allora potrò farci un ufficio in qualche gelida carrozza di un regionale. Questo però non ti solleva dalle tue responsabilità, anzi ti spinge ancora di più a guardarti davanti allo specchio: non dovrebbe piacerti affatto quello che vedi, cara mia vecchia amica.
Mi chiamo Marco e sono un pendolare. E non ho più paura.
(Di solito i film sugli alcolisti anonimi finiscono così).

MB

PS: un accenno ai rapporti umani che si instaurano sui treni, alla faccia di chi dice che stiamo tutti con la testa in cellulari e tablet: mia moglie sta coltivando vere amicizie. Lei è siciliana, le viene naturale: io da toscano do poca confidenza. Non mi posso scordare tuttavia che il più bel riconoscimento che abbiamo avuto nel lavoro con Mantica finora (il premio per "migliori giovani imprenditori di Bologna") non ce l'ha annunciato IBM, Unicredit o Carlino, ma lo ha detto a me un pendolare. Non so neanche come si chiama quel tipo dalla faccia simpatica che vedo e saluto ogni giorno ma so per certo che l'aveva letto sul giornale, nell'edizione cartacea che teneva in mano.




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