Scegliete il fai da te e chiedetevi quando diventerete stilisti

"Scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina"
Questa frase è un estratto dall'incipit di "Trainspotting", film cult di inizio anni '90 che molti della mia generazione hanno visto con un misto di fascino, ribrezzo e curiosità. Il protagonista, Mark Renton, che ha scelto per così dire uno stile di vita un tantino alternativo, fa l'elenco dei cliché di una vita medio-borghese nella società consumistica: fra maxitelevisori del cazzo, lavatrici e mutui sulla prima casa non dimentica il do-it-yourself, tipico costume della famiglia media (britannica) nel weekend.

Fa specie che in quel monologo non ci sia nulla di tecnologico. Non dico uno smartphone o un tablet, ma neanche un cellulare grande come una valigia: in questo elenco di abitudini oggi di sicuro il buon Rents ci avrebbe messo riferimenti a Facebook, ai pacchi che arrivano da Amazon, alle aste su Ebay. 


E forse avrebbe cambiato la frase che ho citato all'inizio con "Scegliete il fai da te e chiedetevi a quanto lo venderete su Etsy".


Un altro aspetto dell'online che cambia le nostre vite è anche il fatto che potenzialmente tutti possiamo essere maker e dare un valore economico a ciò che creiamo. Collane, braccialetti, statue del presepe, accessori per lo stadio del Subbuteo e chi più ne ha più ne metta: oggetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati destinati a fare bella mostra sulle mensole di casa per poi prendere posto in garage o cantine, oggi possono essere tranquillamente venduti nel nostro negozio online. Certo, lo scambio fra collezionisti è sempre esistito in ogni epoca, ma qui non si parla solo di hobby e tempo libero: il negoziante può vendere oggetti che apprezza particolarmente insieme ad altri che hanno semplicemente mercato, come un normalissimo commercio al dettaglio. Siamo nell'era dell' auto-produzione, come ha giustamente osservato Linkiesta proprio in questi giorni.

Etsy mette proprio alla base della sua filosofia il concetto di produzione originale: quello che viene venduto all'interno della piattaforma non deve essere stato realizzato prima, ma prodotto a mano o di natura vintage.



La crescita di questi modelli di business online è certamente uno specchio dei tempi e in un certo senso la vedo collegata al proliferare dei Fab Lab e dei maker: si tratta sempre di mettere il fare al centro del processo di creazione di valore, indipendentemente dal fatto che si ragioni sul piano industriale (come è stato sottolineato al congresso Aica di novembre) o artigianale. La crisi economica gioca certamente un fattore determinante nello sviluppo di queste attività, ma sarebbe riduttivo pensare che siano svolte solo da persone che hanno molto tempo libero. In realtà quando la passione può essere condivisa  (su Pinterest esistono tantissime board con lavori artigianali e creativi) si alimenta e cresce anche grazie a critiche e consigli degli altri. Insomma, è difficile che si spenga. Da lì a diventare un lavoro a tempo pieno è questione di rischio, fortuna, incoscienza e capacità di fare la prima mossa rispetto agli altri.

Nel suo interessantissimo libro intitolato "Social Commerce", Gianluca Diegoli fra le altre cose fa un benchmark minuzioso di siti di e-commerce, soprattutto americani o comunque provenienti dal mondo anglosassone, dove la creazione individuale può diventare prodotto grazie a piattaforme che favoriscono scambio, condivisione e meccanismi di crowdfunding (ne ha parlato in modo generale anche "Report" di domenica 7/12, qui il link alla puntata intera). Etsy è naturalmente citato fra gli esempi più interessanti ma ci sono tanti riferimenti a modelli di business sulla moda. Il "diventa stilista di te stesso" lanciato in contest ad hoc da grossi gruppi di abbigliamento oggi in certi casi si autosostiene senza la liquidità delle potenze industriali ma grazie a meccanismi di finanziamento dal basso che prevedono il coinvolgimento del pubblico anche attraverso i social networkEcco perché Pinterest (come ribadito anche da Giuliano Ambrosio durante l'evento Social Media Strategiesè il social che genera maggiori conversioni per il fashion sul mercato americano: condivisione e comunicazione di concept rendono più di qualsiasi post sponsorizzato. 

L'esempio più interessante riportato da Diegoli per quanto riguarda la moda è il portale Betabrand, dove grazie al crowdfunding un modello disegnato da un qualsiasi stilista dilettante può essere giudicato dagli utenti del sito e diventare un capo di abbigliamento reale


Se il fast fashion nasce e si sviluppa in modo veloce con la capacità di analizzare le tendenze del mercato, qui si arriva all'estremo: l'utente finale diventa produttore. Tuttavia è lecito chiedersi quanto gli utenti iscritti a un'unica piattaforma sarebbero in grado di rappresentare un campione del mercato e se l'assenza di un canale retail "fisico" potrebbe essere un punto di debolezza in un commercio che sarà sempre più dominato dalla multicanalità.

Spiace ancora vedere come fuori dall'Italia certi modelli di business siano già consolidati, mentre da noi il nostro ritardo culturale sul tema in molti casi non consente neanche di capire l'importanza sociale della banda larga. Certamente la crescita di piattaforme come Etsy e i tassi di crescita sull' e-commerce fanno ben sperare. 


Adesso non mi resta che convincere mia moglie, bravissima maker di oggetti particolari creati con lana, cartone e colla a caldo (guardate che presepe ha fatto con piccoli gomitoli!) a provarci anche online. Il problema purtroppo è che a volte al maker appassionato spiace disfarsi di oggetti creati con tanto amore insieme alla figlia, magari in quell'oretta libera al giorno in cui poter stare con lei. 

Eh si, è proprio vero che per essere imprenditori (anche di noi stessi) a volte bisogna mettere da parte i sentimenti. 


MB
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