Lo stanzone rivisitato

Per chi non é nato a Prato e dintorni, la parola "stanzone" non dice nulla di particolare. Si potrebbe pensare a un disimpegno, a un ripostiglio grande dove accatastare la roba. Invece, nello slang pratese lo stanzone é quel magazzino costruito accanto a casa dove negli anni d'oro i tessitori realizzavano i loro tessuti con i telai: un esercito di "partite iva" che come i moderni makers e programmatori mischiavano casa e lavoro, piaceri e doveri, famiglia e colleghi. Lo stanzone era il luogo in cui si svolgevano giornate lavorative lunghe e faticose, ma non si deve pensare a una catena di montaggio alienante e solitaria. Come oggi siamo soliti intrattenere conversazioni più o meno costruttive sui social anche mentre lavoriamo, ieri lì si consumava la vera "socialità": fra un carico di un camion e un cambio di spola, era facile sentire discutere di Libertas e compagni, dell'inimitabile Eddie Merckx, della Juve che avrebbe vinto lo scudetto ma certamente perso a Firenze (spesso accadevano ambedue le cose), in un mix irresistibile di cultura sociale e popolare che la sera continuava nei bar. Informazioni che si scambiavano e venivano elaborate, in cui forse gli hashtag e i trending topic si sarebbero potuti individuare nei diversi decibel del "vociare" su un certo argomento.

Il mio bisnonno è stato un tessitore. Mio nonno è stato un tessitore. I miei zii tutti tessitori. La casa in cui ho vissuto per quasi 30 anni é stata costruita da mio babbo (non tessitore, ma direttore di stabilimento) accanto allo stanzone di mio nonno. Su due piani: il primo abitabile, il secondo come ulteriore stanzone. Una "casa a solo", come si dice dalle mie parti: troppo impegnativo definirla "villa", troppo riduttivo chiamarla "villetta". Poi c'era lo stanzone: una villa, a Prato, non poteva prevedere uno stanzone.


Oggi vivo in un appartamento vicino a casa dei miei e nello stanzone ci sono stato l'ultima volta pochi giorni fa, quando ho dovuto riporre le cose di Natale. È grande e desolatamente vuoto da 30 anni, da quando mio nonno ha finito il suo percorso su questa terra e non c'erano altre generazioni pronte a rilevarne il testimone, specie in un tipo di lavoro destinato a scomparire di lì a poco. Mai pensato di affittarlo, nonostante italiani e soprattutto cinesi si siano informati a più riprese. Scelta di cuore? Forse. Soprattutto logistica, visto che per accedere al magazzino si deve praticamente passare da casa, come si vede nella foto.

Quando ho iniziato a sentire Riccardo Luna (e molti di quelli che oggi sono nei miei contatti Facebook come digital champions) parlare di makersfab lab e coworking e di come diversi luoghi industriali dismessi siano tornati a vivere, ho pensato subito allo stanzone. Altro che hamburgeria o conversione in spazio abitabile: quello è sempre stato un luogo di lavoro e socialità, non da esperienza mordi e fuggi. E da "buchi nei muri", come una volta facevano le rudimentali spole (guardate questo spezzone del film di Francesco Nuti "Madonna che silenzio c'è stasera")  e oggi potrebbero fare i droni, se sperimentati in modi impensabili e innovativi.



Sono un piccolo imprenditore ma nei miei sogni di grandezza non ho mai visto questo spazio come la futura divisione pratese di Mantica. Vedo piuttosto stampanti 3D, tavoli enormi pieni di ragazzi con i portatili, WIFI libero e tutto quello che può servire a sviluppare idee. Vedo proiettori e piccole sale riunioni, spazi dove confrontarsi con le aziende. Vedo ragazzi con un sacco a pelo nel bel mezzo di un hackaton su come riprogrammare la filiera tessile in un modo nuovo e fuori dagli schemi. Vedo laboratori di lavori manuali, dove insegnare a produrre oggetti fai da te da vendere poi su Etsy. Non serve chissà quale attrezzatura, nel nostro mondo connesso: piuttosto luoghi fisici oltre che virtuali dove sviluppare progetti e aiutare a far stare i giovani con i piedi per terra: i conti bisogna sempre saperli fare sia in un buon business plan che in un'azienda vera e propria. È la prima cosa che ci hanno insegnato quegli imprenditori che hanno creduto in noi giovani startupper di Mantica,  quasi sei anni fa. La sostanza si alimenta con la sostenibilità, altrimenti è fuffa.

E dire che non sono uno smanettone, piuttosto un uomo di prodotto e comunicazione che poggia le basi del proprio lavoro su entusiasmo e fiducia. Forse proprio per questo mi piacerebbe far tornare a vivere certi spazi e renderli di nuovo produttivi: il discorso fatto per il mio stanzone vale per tutti i capannoni vuoti che ci sono nella zona di Prato oggi. Le mie paure sono soprattutto due: il confronto necessario con il settore pubblico, in cui non ho esperienza e quindi il timore di muovermi come un elefante in una cristalleria, e l'assenza di tempo, visto quanto il lavoro assorbe le mie giornate. L'unico modo per superarle é tuttavia uscire dai miei schemi e confrontarmi con persone entusiaste che vivono però realtà diverse dalla mia: allora ci sarà davvero un senso alla mia esperienza come digital champion per Vaiano, nella speranza che quegli stanzoni tornino di nuovo a popolarsi di persone stanche, infaticabili e felici.

MB


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