Il bisbetico domato e il prossimo verybello

"E poi arrivate voi del web a dirci come si deve fare!"
A volte me lo sono sentito dire da qualche cliente, dopo aver illustrato con cognizione di causa e dovizia di particolari una serie di funzionalità che alcuni di loro davano per scontate. Essere presenti su Google, ad esempio. E non ho detto essere primi in prima pagina, semplicemente essere presenti.

Il voi a me non è mai piaciuto, né come pluralia maiestatis, né come segno di appartenenza a gruppi. Nel bene o nel male rivendico la necessità di esercitare il libero pensiero. Eppure mi rendo conto che l'importanza che do all'utilizzo, alla divulgazione e alla commercializzazione delle nuove tecnologie rende la mia mente allineata a quella di molte altre persone che vedono il progredire delle scienze delle informazioni come un bene supremo per la società, con buona pace delle problematiche - per dirne un paio - di privacy e furti d'identità online.

Prendiamo il caso del portale Verybello: molte persone con cui avrei più di un argomento in comune davanti a una pinta di birra non hanno potuto fare a meno di considerare gli oggettivi errori tecnici del sito alla sua prima uscita (su tutti secondo me, lo stra-citato articolo di Matteo Flora e il solito arguto pezzo di Skande) e in generale tutti i lati approssimativi di un lavoro presentato in pompa magna da un ministro della Repubblica italiana. Sono certo che molti dei giornalisti, imprenditori e blogger che ne hanno scritto hanno avuto la mia stessa sensazione di un web senz'anima, maltrattato, calpestato, denigrato a un ruolo di inutile vezzo per una manifestazione così importate come l' Expo 2015. Tutti da mettere alla gogna, da ministri a web agency, almeno nelle prime ore dalla messa online del sito.

Il giorno successivo mi è squillato il telefono. Non era il ministro Franceschini, ma un cliente che ormai seguo da diversi anni senza mai essere riuscito a realizzare niente di più rispetto a un sito aziendale scarno e poco rinnovato. E stiamo parlando di una signora azienda, ve lo dico, con un prodotto rivolto ad un pubblico giovane. Nel web il titolare non ha mai creduto: il sito ce l'ha solo perché, una volta comprato il dominio per la posta era troppo brutto lasciare l'URL vuoto, senza una semplice pagina di presentazione. "Sai Biancalani, con questi social network e tutti i cinni che li usano sarebbe l'ora di dare una rinfrescata al tutto... cioè per me resta una perdita di tempo, ma un'immagine più moderna ci vorrebbe. I ragazzi non ti perdonano". Naturalmente mi sono precipitato, propenso certamente ad ascoltare ma pronto anche a dire la mia classica frase di quando sto accompagnando alla porta un cliente: il mercato è libero. E quando non lo voglio più, difficilmente è per soldi: piuttosto è perché senza volere calpesta e denigra la mia idea del web e capisco che non potrà mai esserci un punto d'incontro. Insomma, un altro da mettere alla gogna, pensavo mentre guidavo verso la sua sede: periodo giustizialista, non c'è che dire.

Dopo un breve colloquio invece mi sono reso conto che la sua idea di azienda poteva essere tradotta benissimo su web, con un taglio social decisamente stimolante. Una sfida sui generis. Di vendita online, per ora, manco a parlarne: "non la vedo utile, preferisco portare la gente nei negozi. In fondo, mi sono fatto da solo senza internet.". Ah, Dio solo sa quante obiezioni avrei potuto fargli, facili facili: prima fra tutte, che il web è un ulteriore canale di vendita, niente affatto nemico degli store tradizionali, senza arrivare a fare accademia sul concetto di multicanalità. Vuoi portare la gente nei negozi? Cosa c'è di meglio di in un negozio online aperto 24h, che magari attinge il suo magazzino da quelli fisici?

Invece sono stato zitto, gli ho stretto la mano e ho portato il lavoro a casa.

Mentre lui ha compiuto un certo percorso evolutivo che potrebbe completarsi in poco tempo (forse stimolato dal fatto di avere un prodotto naturalmente social che si sposa bene con il web di oggi) negli anni io ho visto molte aziende sul campo e mi sono reso conto non era l'unica mosca nera nella percezione delle potenzialità dell'online: il motivo principale in tutti i casi è sempre stata la paura di ciò che non si conosce rispetto a modelli di business consolidati. In fondo, perché rompere gli schemi per gettarsi in un mondo così culturalmente giovane e lontano? Perché rischiare di perdere il controllo dell'azienda per qualcosa di cui si può fare a meno? Non sono molti ormai, ma una frangia estrema di imprenditori che la pensa così esiste ancora: alla base di tutto c'è sempre uno strappo culturale che porta ad una mentalità conservatrice quando non retrograda. 

Ciò che la politica produce nelle sue forme bene o male è lo specchio del paese, c'è poco da fare: il caso VeryBello dimostra come per una parte della nazione riesca a passare inosservata un'idea del web approssimativa, come se si trattasse di qualcosa di poco importante, perché in fondo è solo un sito che ci vuole perché fa figo. Chi come "noi del web" ha la fortuna di capire che un'altra via è necessaria, non deve fare altro che continuare a lavorare sodo, tirando bordate quando necessario ma sempre in modo costruttivo per rendere più fertile il terreno, proprio come ha fatto Riccardo Luna nella sua ineccepibile lettera aperta a Franceschini. In questo modo, il prossimo Verybello sarà diverso e migliore per per forza di cose: magari un un e-commerce di prodotti Made In Italy su cui sono certo inserirebbe i suoi capi anche il mio cliente bisbetico e domato.


MB


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