La rivincita dei web designer: l'elogio della bellezza di dati e interfacce

Partiamo da un'idea, semplice e chiara, espressa in non so quale gruppo di campioni digitali. Se non ci diamo da fare, di questo passo avremo un livello di alfabetizzazione digitale accettabile nel giro di 30/35 anni. Io ne avrò 73, probabilmente mi farò la pipì addosso (già ora quando mi scappa mi scappa) e non avrò proprio voglia di tenere uno smartphone o tablet in mano. Mi drogherò di "Vita in diretta" sul divano, condotta magari da qualche bambino prodigio degli anni '10, di quelli che ora vengono nei talent show ma per i quali non ci sono tanti posti di lavoro disponibili in relazione all'offerta televisiva.

Invece di programmatori ce n'è tanto bisogno, ve lo dico. Sempre più difficile trovarne di bravi, specie sulle interfacce, sempre più difficile far capire ai giovani che pensano di inserirsi nel mondo del lavoro che oggi saper scrivere codice non è roba da nerd o super-mega-intelligentoni. D'altronde se uno vuole può partire presto, grazie al Coderdojo. Saper programmare vuol dire avere logica, certo, ma anche curiosità, voglia di applicarsi, attenzione ai dettagli e capacità di costruire prodotti utili partendo dalla lettura dei tanti dati che aziende e pubbliche amministrazioni sono in grado di mettere a disposizione di tutti, a volte anche senza saperlo.

I dati, lo strumento di conoscenza più bella che abbiamo.

Sono reduce da un incontro in cui il Matteo, Digital Champion di Prato, ha parlato di OpenStreetMap e dell'importanza di descivere e raccogliere in maniera strutturate le caratteristiche dei luoghi su mappe aperte. La filosofia open source vuole che i dati non siano di proprietà di qualche terza parte (come quando mettiamo le nostre foto su Facebook o Instagram per internderci), ma a disposizione di tutti. Si tratta di un servizio che il contributore svolge principalmente per sè e per la comunità in cui vive: più dati sono disponibili, più è facile caratterizzare un territorio e dunque rendere quella zona e i suoi principali attori (esercizi commerciali, negozi, musei) appetibili per chi proviene dall'esterno ed è alla ricerca di determinati servizi.  La conoscenza fa la differenza: ecco come la filosofia open source si sposa felicemente con le esigenze commerciali di un marketing sul territorio.

Dopo 15 anni di sviluppo su sistemi proprietari Microsoft, sono forse la persona meno indicata per parlare della filosofia dei dati aperti: c'è davvero troppa gente che ne sa e sente la questione più di me.

Voglio invece soffermarmi sulla necessità di rendere leggibili questi dati (e non solo) su interfacce user friendly, intuitive e veloci. Dopo averle normalizzati in dataset, è necessario che le informazioni vengano messe a disposizione degli uenti in maniera intelligente e bella.

Sì, bella, avete letto bene.

Il bello della visualizzazione dei dati non è solo la velleità di qualche art director nel settore moda: la piacevolezza è nella grafica, nella fruizione delle pagine, nel dosaggio dei colori e dei font e in generale del mondo in cui tutte queste caratteristiche si adattano ai nostri device, incontrando i nostri sensi, dallo sguardo al tatto.

Guistamente Matteo ha dedicato una slide di OpenStreetMap all'importanza di personalizzare le mappe con i colori che preferiamo. Particolare non secondario in un web dove l'equilibrio cromatico diventa sempre più importante: un cliente mi ha criticato da poco l'organicità di un lavoro per colpa di quella "mappa semi-artigianale di Google" nello store locator dell'e-commerce. E non perchè fosse di Google, ma perchè era troppo scontato che la terraferma fosse verde e il mare celeste.

Io nasco come web designer, ma ho dovuto per forza di cose imparare a programmare perchè il mestiere di grafico web, nella PMI in cui ho inziato a lavorare a Bologna, non sarebbe stata una professione sufficiente a permettermi di mantenere il posto di lavoro. Sarei stato come un dipendente a metà: uno che aveva bisogno di uno sviluppatore per completare il servizio al cliente. Era necessario fin da subito sapersi interfacciare ai database delle aziende di ricambi auto, motori elettrici o resistenze corazzate, per fare programmi che in alcuni casi erano pezzi di Business Intelligence artigianali, in altri la brochure aziendale da mettere online sul sito istituzionale.

Il sito, poi. Un grafico era quello che ci sapeva fare un po' di più con gli appena nati CSS e tirar fuori animazioni in Flash MX con intro lunghissime e effetti speciali da cinema muto. Inutile negarlo: chi sapeva costruire velocemente il motore con Visual Basic o ASP aveva una marcia in più. A chi fregava di prodotti belli poi, fra quei clienti? O meglio, chi di loro veniva educato a percepire la differenza fra vari layout? "Basta che funzioni" era il mantra della di due terzi dei miei capi. Uno di loro era affascinato dall'aspetto estetico e veniva tacciato dagli altri di perdere tempo: oggi è una delle persone che posso dire mi abbia insegnato di più nel mondo del lavoro, nonostante le serate con i nervi a fior di pelle passate a provare font diversi e spostare barre di pochi pixel. "Lo faremo bello poi, se avanza tempo e soldi al preventivo, non far fare straordinari ai dipendenti per queste cose", si sentiva troppo spesso ripetere dagli altri.

Oggi il mio mestiere di allora si è evoluto e rivalutato, eccome. Quando poi ha un termine inglese di tre parole a definirlo è ancora più figo se vogliamo: front end developer, ovvero sviluppatore di interfacce web lato utente finale. 

Chi sa costruire velocemente il cuore del programma ha ancora oggi una marcia in più e permette alle aziende che hanno questo tipo di figure professionali di assumere vantaggio competitivo sulle altre. Ma provate un po' a presentare oggi al più cavernicolo dei vostri clienti un prodotto web che non sia piacevole, accattivante, veloce e che non si adatti bene al proprio iPhone o Nexus, ovvero il primo device su cui lo guarderà. Lo considererà per forza di cose poco adatto alle sue esigenze e - anche se "funziona" - non gli darà il valore che si merita. Bottoni, percorsi, path di navigazione, facilità d'utilizzo: quelli - e non solo quelli, è chiaro - sono i fattori che oggi rendono un front end facile da utilizzare per un utente finale, che sia un bambino o un anziano, che si tratti di una web app o di un'app nativa.

Ci sono troppe pagine e siti web oggi nel mondo per accontentarci della funzionalità, dobbiamo rendere unici i nostri applicativi. Con tutti i dati aperti che esistono oggi, la bellezza e la funzionalità delle interfacce diventa un elemento quasi distintivo, un mezzo per valorizzare ancora di più le informazioni.

Un giovane programmatore mi ha confidato in questi giorni che tale aspetto nelle scuole di informatica non è sottolineato come dovrebbe, il che mi fa molto più che rabbrividire. Il bello è quando funziona, è piacevole, è utile e rende un servizio: in mancanza anche di uno di questi aspetti inevitabilmente un prodotto scade.

Voi web designer che in passato vi siete sentiti inferiori rispetto a chi sapeva fare un ciclo o un'utility più velocemente di voi, adesso potete avere la vostra rivincita. Adesso, se siete bravi, potete ritagliarvi un ruolo ancora più importante nel processo di creazione di valore con il vostro applicativo web: quello di essere l'ultimo tramite fra il mondo degli utilizzatori finali e il "dietro le quinte", fra clienti e tecnici, fra stakeholder e maker, perchè voi e nessun altro come voi sa vestire i panni dell'uno o dell'altro a seconda delle esigenze.

Essere l'anello di congiunzione fra due mondi diversi è sempre segno di responsabilità e motivo di orgoglio.

Lo dico con piacere al mio ex capo: hai visto? Alla fine avevi proprio ragione tu.

MB



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