CEO e narrazione: la visione del business attraverso lo storytelling

Proprio quando mi sono ritrovato, per dirla alla Pieraccioni, in uno di quegli "imbuti cosmici" in cui ti interroghi se ha senso continuare a tenere un diario come questo (mi pare anche troppo chiamarlo blog, per il rispetto di chi il blogger lo fa seriamente) mi sono imbattuto in un bellissimo articolo dello smart philosopher Luciano Floridi intitolato “Perché un buon Ceo deve essere prima di tutto un narratore formidabile”. La lettura di questo pezzo, che consiglio a chiunque abbia un approccio social-oriented sul web, non solo mi ha fatto uscire dal tunnel, ma mi ha spinto a scrivere di nuovo dopo un po’ di tempo.


Il primo pensiero una volta conclusa la lettura è stato proprio questo: ho un’ azienda di servizi e-commerce che io stesso ho fondato, nessuno me l’ha regalata o fornita in dote. D’accordo, è un’azienda piccola e ancora sconosciuta, che magari resterà così per sempre. Però la mia azienda ha un suo prodotto proprietario che ho sviluppato, implemento e arricchirò nella maniera a me più congeniale. Questo significa che ho la mia visione di come devono essere le cose. Non solo nel lavoro: lo stesso ordine che voglio nel mio prodotto e nelle regole della mia azienda lo rifletto nella vita di tutti i giorni, temendo gli armadi in ordine o la casa pulita. Questa visione, ristretta o di larghe vedute che sia, lungimirante o a breve termine, come dice lo stesso Floridi, il buon CEO (o titolare d’azienda, o manager, o capo, chiamatelo come vi pare) deve avere il coraggio di esprimerla senza paura. Metterla per iscritto, senza se e senza ma. Con le dovute attenzioni, certamente: un’ espressione sbagliata o fraintesa può essere controproducente nel delicato mondo del lavoro, ma se dà luogo a un contraddittorio è sempre meglio di un silenzio che sa di anonimato.

Se poi si ha la fortuna di essere abili narratori questo non può fare altro che aumentare la reputazione dell’azienda, prima ancora che del "boss" in persona. Penso a tutti quei potenziali clienti che prima di affidarsi ad un partner per l’e-commerce dicono di essere ignoranti in questo settore, ma le loro ricerche su Google o Facebook le sanno fare benissimo. Dal nome dell’azienda in un click si passa facilmente a vita morte e miracoli sul titolare. Immaginate che bella sorpresa imbattersi in un blog che descrive un’idea di business in maniera non tecnica e in cui traspare passione per il proprio lavoro. Può essere anche questo un punto a favore nei confronti di possibili competitor, no?



Lo storytelling è ormai un obbligo per il buon Ceo, afferma Floridi. Scandellari in un pezzo di pochi mesi fa ribadiva il concetto, dicendo che "Ora più che mai è necessario un blog". A maggior ragione se l'azienda si colloca nel settore digital, dove i modelli di business cambiano velocemente ed il rischio di non farsi capire dai clienti è all'ordine del giorno: proprio qui un blog o l'uso corretto dei social può aiutare tutti a chiarirsi le idee. 


E' certamente un impegno per chi scrive, specie al termine di una lunga giornata lavorativa fatta di decisioni, ma alla lunga ne vale la pena.

Rivalutiamo allora le lauree in discipline umanistiche di cui per troppo tempo abbiamo messo in dubbio l’utilità e mettiamo in piazza la nostra idea del business e del mondo, senza scimmiottare Steve Jobs. Magari il buon professor Eco, adesso che è là dove tutto è chiaro, si potrebbe convincere che il web e i social sono pieni se non di teste pensanti, quantomeno non solo di imbecilli.


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