Ecco perché integrare un e-commerce proprietario con Amazon (e non solo)

A breve su Fashion Desk integreremo lo store proprietario dell’azienda con la gestione di un negozio su Amazon, sperando che sia solo il primo di diversi marketplace legati al nostro prodotto. Allo stesso modo, nel modulo di business intelligence riporteremo anche i dati degli ordini effettuati sul marketplace, per dare all’azienda la possibilità di effettuare report più approfonditi e avere uno sguardo completo di quanto incide realmente l’e-commerce sul fatturato globale. In fondo non scopriamo l’acqua calda: per il mercato cinese e-commerce proprietario e presenza su piattaforme come Alibaba.com o Tmall.com è all’ordine del giorno. 

L’interfaccia di Amazon non sembra tagliata per la moda. Sicuramente livello di UI ci sono tutti gli accorgimenti che servono per catturare le attenzioni del cliente, ma siamo sinceri, l’appeal non è certamente il suo punto di forza. Nel mondo del fashion la percezione di veridicità del prodotto è davvero determinante, non solo per l’utente finale ma anche per il produttore che ama sempre avere l’ultima parola sul layout più congeniale allo spirito dell’azienda. L’ "immagine coordinata" è il core business, che sia prodotto, showroom o e-commerce.


Eppure leggo su Pambianco News che Amazon, senza troppi proclami, vende già sette marchi propri sulla piattaforma, preludio al probabile lancio di una vera e propria white label sulla falsa riga di Asos e Zalando. Proprio questi ultimi due marketplace, insieme ad Ebay, sembrano invece quelli più vicini al mondo del fashion, per storia, UI e proposta commerciale. Però Amazon non pare proprio avere intenzione di lasciare ad altri un mercato con così ampi margini di crescita. Le aziende di moda (tantissime in Italia, pensiamo ai capi nell’armadio di cui molti di noi non conoscono neppure la marca, non alle solite dieci griffe che sfilano sulle passerelle) sono molto meno hi-tech di quello che si può pensare: sembra quasi che quell’idea del “toccare” prima di acquistare sia una barriera ancor prima per gli imprenditori che per i clienti. Altri punti oscuri per le aziende sono spesso la logistica, la gestione del magazzino, le risorse umane da impiegare e il budget da investire. Secondo l’ultimo studio della Casaleggio Associati la moda ha rappresentato solo il 2% dei circa 24 milioni di fatturato globale dell’e-commerce italiano, tuttavia domina l’export digitale con il 65% delle transazioni, lasciando le briciole ad altri paladini del Made in Italy come food e design (fonte Sole 24 Ore).

Superate le barriere d’entrata, i produttori di moda che decidono di investire nell’e-commerce hanno dunque la possibilità di entrare in un mercato interessante: se poi alla vendita online si accompagna una strategia multicanale, ad esempio con l’integrazione fra wereable e retail, le prospettive si ampliano.
Di qui il dilemma: un e-commerce da solo può bastare? 
Di sicuro è la base per una corretta strategia digital, oltre il sito vetrina che davvero pare non interessare più a nessuno. Oggi quando si capita sul sito ufficiale di un brand lo sguardo ancor prima che sul prodotto va in alto a destra, per verificare la presenza dell’icona con il carrello che conferma la possibilità di acquistare online. Al contrario, la delusione per l’assenza del servizio può portare a chiudere immediatamente la pagina, con aumento della frequenza di rimbalzo nelle statistiche di Google Analytics.

Un e-commerce lasciato da solo a vegetare, senza essere accompagnato da opportune strategie di web marketing e multicanalità, può nuocere alla reputazione di un’azienda ancor più di un semplice sito vetrina. Questo però non è l’unico modo di far fruttare la vendita online per un’azienda. Si pensi alle modalità in cui l’utente medio oggi ricerca un prodotto di moda: per molti il motore di ricerca vero, ancora prima che Google, è il marketplace stesso, cioè Yoox, Luisa Via Roma, Zalando, Amazon. I fan invece cercano le novità proposte dal brand preferito ancora prima che il capo di abbigliamento che manca nel loro armadio: questi sono i clienti tipici degli store ufficiali delle aziende, su cui tornano spesso e volentieri grazie anche ai social network o ad azioni di SEA e remarketing.


Insomma, siamo sicuri che per produttori di moda solidi, con una bella distribuzione ma sconosciuti al grande pubblico (ne conosco molti, con fatturati sui 10 milioni, non proprio bruscolini) la chiave di volta non sia proprio affiancare lo store online proprietario con una vetrina su importanti marketplace, Amazon in testa? Questo certamente non porterebbe ad aumentare la visibilità del marchio come le migliori strategie di web marketing, ma offrirebbe interessanti prospettive di vendita sfruttando ad esempio il motore di ricerca di Amazon e l'affidabilità della piattaforma su pagamenti e logistica.

Solo il tempo e le risposte dei clienti attuali e futuri ci diranno se la strada intrapresa sarà ben recepita anche da aziende con base in Italia. Siamo più che fiduciosi.

MB
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